A COSA PENSI QUANDO SENTI LA PAROLA OMOCISTEINA?
- Alberto Trevisan
- 1 giorno fa
- Tempo di lettura: 3 min
Di solito la risposta è sempre la stessa, cuore, vasi sanguigni, rischio cardiovascolare. Appena esce fuori questo valore, parte l’automatismo mentale per cui l’omocisteina va abbassata il più possibile, perché più è bassa, meglio è. È un messaggio che ci portiamo dietro da anni, ripetuto così tante volte da sembrare una verità assoluta.
L’omocisteina non è un veleno e non è un errore metabolico. È una molecola che il corpo produce perché gli serve. Serve come snodo centrale per costruire due cose fondamentali, il principale sistema di metilazione e il più importante antiossidante endogeno che abbiamo. Senza omocisteina, questi processi semplicemente non possono funzionare come dovrebbero.
Ed è qui che casca il mito, un’omocisteina troppo alta crea problemi, sì... ma anche un’omocisteina troppo bassa non è affatto una buona notizia, eppure nessuno lo dice. Nessuno si ferma a chiedersi cosa succede quando questo valore scende troppo. Anzi, nella pratica clinica l’omocisteina bassa viene spesso ignorata o considerata automaticamente ottima, senza fare una sola domanda in più.
Se però si guarda la ricerca con un minimo di spirito critico, emerge qualcosa di interessante. Livelli troppo bassi di omocisteina sono stati associati a problematiche neurologiche, in particolare a danni nervosi che non trovano una causa apparente e a quel punto la domanda diventa inevitabile, se l’omocisteina serve anche per produrre glutatione, cosa succede quando non ce n’è abbastanza?
Il glutatione è la nostra prima linea di difesa contro lo stress ossidativo, se il corpo non riesce a produrlo in modo adeguato, i nervi diventano molto più vulnerabili ai danni, all’infiammazione, alle specie reattive dell’ossigeno. In pratica, il sistema di protezione salta.
Ci sono situazioni in cui il corpo consuma omocisteina più velocemente del normale. Per esempio quando c’è un’elevata richiesta di glutatione, come accade in presenza di infiammazione cronica, stress persistente, esposizione a tossine o radicali liberi. In questi casi l’organismo brucia omocisteina per cercare di difendersi. Il risultato? Un valore basso che viene letto come positivo, quando in realtà racconta una battaglia in corso.
Lo stesso discorso vale per chi segue diete povere di proteine o di zolfo. Se mancano i mattoni di base, il corpo li recupera dove può e spesso li recupera proprio dall’omocisteina, sacrificandola per produrre ciò che ritiene più urgente in quel momento.
C’è poi un altro aspetto poco considerato, il supporto eccessivo alla metilazione. In alcune persone, spingere troppo questo meccanismo può abbassare l’omocisteina oltre il necessario. Ed è uno dei motivi per cui qualcuno, invece di sentirsi meglio, inizia a stare peggio quando introduce certi integratori (come il gruppo B in forma attiva), anche se sulla carta sembrano perfetti.
La verità è semplice, l’omocisteina non va demonizzata né schiacciata a tutti i costi. Va capita, contestualizzata. Un valore intorno a 6 o 7 viene spesso considerato un buon equilibrio per la salute cardiovascolare, ma ridurre tutto a quel solo aspetto è un errore. L’omocisteina non parla solo di cuore. Parla di sistema nervoso, di antiossidanti, di metabolismo profondo, di capacità di adattamento del corpo.
Quindi no, un’omocisteina troppo bassa non è automaticamente una buona notizia. A volte è il segnale che il corpo sta compensando, che sta tirando fuori risorse perché ne ha bisogno altrove e ignorarlo significa perdere un’informazione preziosa.
La domanda giusta, allora, non è solo... quanto è alta?, ma anche...
quanto è bassa… e perché?














































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